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I LETTURA DELLA FESTA  Tempo pasquale - Festa Pentecoste b RA
TESTO DELLA PRIMA LETTURA
Atti 2,1-11

1 Mentre il giorno di Pentecoste stava per finire, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un rombo, come di vento che si abbatte gagliardo, e riempi tutta la casa dove si trovavano. Apparvero loro lingue come di fuoco che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro; ed essi furono tutti pieni di Spirito santo e cominciarono a parlare in altre lingue come lo Spirito dava loro il potere d’esprimersi.

Si trovavano allora in Gerusalemme Giudei osservanti di ogni nazione che è sotto il cielo. Venuto quel fragore, la folla si radunò e rimase sbigottita perché ciascuno li sentiva parlare la propria lingua.

Erano stupefatti e fuori di sé per lo stupore dicevano: "Costoro che parlano non sono forse tutti Galilei? E com’è che li sentiamo ciascuno parlare la nostra lingua nativa? Siamo Parti, Medi, Elamiti e abitanti della Mesopotamia, della Giudea, della Cappadocia, del Ponto e dell’Asia, 10 della Frigia e della Panfilia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirene, stranieri di Roma, 11 Ebrei e proseliti, Cretesi e Arabi e li udiamo annunziare nelle nostre lingue le grandi opere di Dio".


COMMENTO

Atti 2,1-11

All’inizio della sezione in cui racconta i primi passi della chiesa nella città di Gerualemme (1,15–8,4) Luca ha messo in luce, mediante il racconto della sostituzione di Giuda (1,15-26), il ruolo che in essa è riservato ai Dodici “apostoli” e il significato specifico del tempo caratterizzato dalla loro presenza e attività. Ora descrive il momento iniziale e fondante della chiesa stessa, in cui ha luogo la discesa dello Spirito sul primo gruppo di discepoli. Egli non si limita a raccontare questo evento (vv. 1-4) ma ne indica le ripercussioni nel mondo esterno (vv. 4-11) in modo tale da far risaltare la vera natura e i compiti che Dio stesso ha riservato alla sua chiesa. Il racconto assume tutto il suo significato se è letto sullo sfondo delle concezioni giudaiche riguardanti la Pentecoste.

La discesa dello Spirito (vv. 1-4)

Luca inizia il suo racconto indicando il momento e il luogo in cui ha avuto luogo l’evento (v. 1). L’occasione temporale è così designata: «Mentre stava per finire (en tôi symplêrousthai) il giorno di Pentecoste». In realtà ciò che stava per finire non era il giorno di Pentecoste, che invece era solo iniziato (cfr. 2,15), ma il computo delle sette settimane, a partire dalla Pasqua, al termine delle quali ha luogo la Pentecoste. Non viene precisato chi sono protagonisti del racconto: siccome il brano si ricollega, dopo la parentesi riguardante la sostituzione di Giuda, alla notizia riportata in 1,12-14, si può supporre che insieme ai dodici vi fossero anche le donne, Maria e i fratelli di Gesù; in seguito però si parlerà solo dei Dodici (cfr. v. 14). I discepoli si trovavano «tutti insieme»: con queste parole Luca sottolinea non solo la presenza fisica nello stesso luogo ma anche l’unione che regnava tra coloro che costituivano il primo nucleo della chiesa (cfr. 1,12; 2,42.44; 4,32). Il luogo in cui avviene il fatto è probabilmente ancora la sala al piano superiore in cui si erano ritirati (cfr. 1,13).

Improvvisamente dal cielo viene un «rombo» (echos) che riempie tutta la casa (v. 2). Nel v. 6 questo forte rumore viene indicato con il termine «fragore» (phonê). Ambedue i termini appartengono alla terminologia greca della teofania (cfr. Es 19,16; 1Sam 4,5; Sal 46,4; Eb 12,18-19). Luca osserva che il rombo rassomigliava a quello di un vento gagliardo: anche questo particolare si ricollega alla terminologia usata per descrivere la teofania (cfr. 1Re 19,11). Il termine «vento» (pnoês) allude già allo Spirito (pneuma), che ad esso viene spesso assimilato (cfr. Ez 37,9; Gv 3,8).

Il rombo venuto dal cielo «riempie» tutta la casa, così come fra poco lo Spirito «riempirà» tutti i presenti. L’espressione richiama Es 19,18: «Il monte Sinai era tutto fumante, perché su di esso era sceso JHWH nel fuoco». Sullo sfondo vi sono anche i testi riguardanti la nube che riempie il tabernacolo (Es 40,34; 1Re 8,10-11).

Apparvero allora lingue come di fuoco che si dividevano e si «posarono» (ekathisen, al singolare, con chiaro riferimento allo Spirito simboleggiato nelle lingue) su ciascuno di loro (v. 3). Il fuoco, a cui le lingue assomigliavano, è anch’esso un’immagine ricavata dalla rappresentazione biblica della teofania (cfr. Es 19,18). È significativo inoltre che, nel «midrash della parola» (Tg Es 20,1), la parola di Dio ha preso la forma di una torcia di fuoco. La divisione in lingue richiama la tradizione giudaica secondo la quale Dio al Sinai avrebbe parlato a nazioni diverse, e specialmente il detto di R. Johanan, secondo il quale la voce di Dio si sarebbe divisa in 70 voci o lingue diverse, per rendersi comprensibile a tutte le nazioni del mondo.

In seguito alla comparsa delle lingue (come) di fuoco i presenti sono pieni di Spirito e cominciano a parlare altre lingue (v. 4). Le lingue simili al fuoco non simboleggiano quindi la parola di Dio, come nel racconto giudaico della teofania, ma il dono dello Spirito che attua le promesse di un rinnovamento escatologico del popolo di Dio. Il fatto che i presenti parlino «altre lingue» richiama la leggenda giudaica secondo la quale al Sinai la parola di Dio si divideva in 70 lingue. A prima vista sembra quindi che essi parlassero ognuno una lingua diversa dall’altro, ma dal seguito del racconto appare che si trattava piuttosto di un miracolo di audizione, simile a quello che, secondo le leggende giudaiche, si era verificato al Sinai: in realtà essi parlavano normalmente e i presenti li comprendevano nella propria lingua originaria (cfr. v. 6). Questo fenomeno non è conosciuto altrove nel NT. Perciò diversi studiosi pensano che originariamente si trattasse non di un «parlare in altre lingue», ma del «parlare in lingue», cioè della «glossolalia», un carisma che consiste nel lodare Dio in una lingua sconosciuta.

La glossolalia è nominata da Paolo in rapporto al dono dello Spirito (1Cor 12-14). Luca ne parla a proposito del battesimo sia del centurione Cornelio e della sua famiglia (At 10,46), sia dei discepoli di Giovanni convertiti da Paolo a Efeso (19,6); inoltre nel primo caso egli fa dire a Pietro, una volta tornato a Gerusalemme, che «lo Spirito Santo discese su di loro come in principio era sceso su di noi» (11,15). Anche il fatto che gli apostoli vengano derisi come se fossero ubriachi (cfr. v. 13) fa pensare allo stesso carisma. Sarebbe stato Luca ad aggiungere il termine «altre» nell’espressione «parlare in lingue», allo scopo di presentare la loro esperienza, alla luce delle leggende giudaiche, come un fenomeno non di preghiera, ma di annunzio (cfr. v. 11). In tal modo egli ha voluto sottolineare che lo Spirito, sostituendo ormai la legge, ha consacrato gli apostoli come profeti della nuova alleanza, mandandoli ad annunziare il vangelo a tutte le nazioni e ad attuare il raduno escatologico di tutti i popoli promesso dai profeti. 

I rappresentanti delle nazioni (vv. 5-11)

Il fragore della teofania viene udito anche all’esterno della casa in cui si trovavano gli apostoli, e subito si raduna una piccola folla di curiosi, pieni di stupore e di meraviglia perché ciascuno li sente annunziare nella propria lingua nativa le grandi opere di Dio (vv. 5-11). Si tratta infatti di giudei della diaspora e di proseliti, cioè gentili convertiti in modo pieno (diversamente dai “timorati di Dio”) al giudaismo (cfr. v. 11), venuti a stabilirsi a Gerusalemme. I loro paesi di origine sono elencati in modo tale da dare l’impressione che si tratti di tutto il mondo allora conosciuto (cfr. Gen 10). Pur essendo giudei di nascita o di religione, i testimoni della Pentecoste cristiana sono presentati come i rappresentanti delle nazioni alle quali sarà rivolto l’annunzio evangelico.

La presenza dei rappresentanti delle nazioni all’evento di Pentecoste richiama nuovamente le leggende giudaiche, secondo le quali al Sinai erano presenti anche altre nazioni (cfr. Tg PsJ Dt 33,2; Mekhilta Dt 33,2). Sebbene le nazioni elencate da Luca siano diverse da quelle ricordate dai testi giudaici, l’analogia tra i due racconti è però evidente: in ambedue si vuole sottolineare la destinazione universale della rivelazione divina. Non è escluso che l’autore voglia suggerire anche che con questo evento si è ricostituita in germe l’unità del genere umano rotta a causa della confusione delle lingue conseguente alla costruzione della torre di Babele (Gen 11,1-9).

Luca conclude il racconto raccontando gli esiti dell’evento: di fronte ad esso alcuni, meglio disposti, si pongono degli interrogativi, mentre altri si chiudono in un atteggiamento di rifiuto e di derisione (vv. 12-13). Sia gli uni che gli altri hanno bisogno di una spiegazione. Luca perciò si serve di questa occasione per mettere sulla bocca di Pietro un discorso in cui è sintetizzato il primo annunzio (kerygma) evangelico così come veniva fatto dai primi cristiani a un pubblico di estrazione giudaica. 

Linee interpretative

La discesa dello Spirito è descritta da Luca alla luce delle idee e delle concezioni che nell’ambiente giudaico erano tradizionalmente collegate alla festa di Pentecoste, e cioè l’alleanza, il dono della legge e la nascita del popolo di Dio. Riprendendo il ricordo di un’esperienza carismatica attribuita al primo gruppo dei discepoli, egli lo rielabora alla luce delle leggende giudaiche in modo da presentare la discesa dello Spirito come l’evento che dà inizio alla chiesa, concepita come popolo di Dio dei tempi escatologici. La scena, altamente simbolica, diventa così un mezzo di legittimazione della chiesa delle origini e dei suoi successivi sviluppi e ramificazioni. È per la potenza dello Spirito, cioè in forza di un intervento attivo e costante di Dio, che la chiesa agisce nel mondo e nella storia come testimone del suo regno che Gesù ha inaugurato. Come Gesù, in occasione del suo battesimo, ha ricevuto dallo Spirito l’investitura messianica (Lc 3,21-22) e subito dopo ha fatto in questa veste il suo discorso programmatico nella sinagoga di Nazaret (Lc 4,16-27), così anche la chiesa nel giorno di Pentecoste riceve l’investitura di comunità degli ultimi tempi e subito dopo annunzia il suo programma per bocca del suo capo, Pietro.

Con questa narrazione Luca sottolinea le caratteristiche fondamentali che sono proprie della comunità dei discepoli. Anzitutto alla base della sua vita non c’è più la legge, ma lo Spirito, che lo guida efficacemente nel cammino della salvezza. Questo stesso Spirito, prendendo la forma di lingue di fuoco, mostra che il compito fondamentale della chiesa sarà l’annunzio della salvezza, che essa dovrà fare non solo compiendo nella propria vita i gesti che caratterizzano il regno di Dio, ma anche con l’annunzio verbale diretto che consiste nel racconto delle opere e delle parole di Gesù. Da questo annunzio, radicato nell’esperienza degli apostoli, avranno origine le scritture cristiane, che saranno considerate anch’esse come un’opera compiuta con l’assistenza diretta dello Spirito.

Infine il racconto lucano mette fortemente in luce il carattere universale della salvezza e di conseguenza la necessità che essa sia annunziata a tutti i popoli della terra. L’adesione al nuovo popolo non è più limitata a giudei e proseliti, ma è aperta a tutta l’umanità. Lo strano fenomeno del parlare in «altre» lingue, capite da tutti, ha un forte significato simbolico, in quanto serve a dimostrare che il messaggio cristiano non soltanto deve essere rivolto a tutti, ma anche deve diventare comprensibile a tutti. Naturalmente si pone il problema della mediazione culturale, che Luce indica simbolicamente nel fatto che le parole degli apostoli erano capite da tutti, anche da coloro che si esprimevano in lingue diverse. Allora il problema era più limitato, in quanto i primi cristiani si rivolgevano a giudei o a simpatizzanti del giudaismo, ai quali era familiare la cultura biblica. Oggi l’impegno per una vera inculturazione, senza della quale il vangelo ben difficilmente può toccare il cuore degli ascoltatori, diventa sempre più grande e difficile.

 

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