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I LETTURA DELLA FESTA  Tempo Ordinario - 06a Domenica
TESTO DELLA PRIMA LETTURA

Levitico 13,1-2.45-46
  

1 Il Signore disse a Mosè e ad Aronne: "Quando uno ha sulla pelle del corpo un tumore o una pùstola o macchia bianca che faccia sospettare una piaga di lebbra, sarà condotto dal sacerdote Aronne o da qualcuno dei sacerdoti, suoi figli.

45 
Il lebbroso colpito dalla lebbra porterà vesti strappate e il capo scoperto, si coprirà la barba e andrà gridando: Immondo! Immondo! 46 Sarà immondo finché avrà la piaga; è immondo, se ne starà solo, abiterà fuori dell'accampamento".

 

COMMENTO
Levitico 13,1-2.45-46 

Lebbrosi, segregati in nome di Dio

Il libro del Levitico si presenta come la continuazione dell’Esodo, in quanto riporta una grande quantità di materiale legislativo che Dio avrebbe rivelato a Mosè mentre si trovava sul Sinai. Si tratta sostanzialmente di norme e prescrizioni che riguardano il servizio del tempio, il sacerdozio e la tutela della purezza rituale nei settori più disparati della vita individuale e sociale. I riti e le osservanze prescritte sono spiegati con cura, ma non si dice se non poco o nulla riguardo al loro significato. Il libro presenta due grandi sezioni assai diverse nel contenuto e nello spirito: nella prima (cc. 1-16) si regolano ambiti cultuali, gestiti direttamente dai sacerdoti: sacrifici, il ruolo sacerdotale e la purezza; nella seconda invece (cc. 17-26) vengono trattate questioni legali riguardanti il comportamento della comunità e dei singoli sia in pubblico sia nella vita privata. Il libro termina con un’appendice relativa ai voti (c. 27). Nella prima parte del libro uno spazio notevole è assegnato alla lebbra (cc. 13-14), che viene esaminata non dal punto di vista sanitario ma da quello dell’impurità che essa provoca. Perciò vengono elencati i diversi tipi di lebbra, sia degli uomini dei vestiti e delle case, le loro manifestazioni, nonché le procedure richieste per la purificazione da parte dei sacerdoti. Il testo liturgico riprende i versetti iniziali del c. 13 (vv. 1-2) e quelli in cui viene descritto lo statuto del lebbroso (vv. 45-46).

La diagnosi dei casi di lebbra viene assegnata da JHWH a Mosè e ad Aronne (v. 1) e quindi ai loro successori, i sacerdoti. «Quando ha sulla pelle del corpo un tumore o una pustola o macchia bianca che faccia sospettare una piaga di lebbra» deve essere condotto da loro (v. 2). Non si richiede dai sacerdoti che abbiano particolari competenze mediche, dal momento che qui il problema non è di carattere sanitario, ma rituale. Le forme di lebbra, cioè di malattie della pelle che possono andare sotto questo nome, non sono tutte uguali e non tutte hanno le stesse conseguenze; alcune sono guaribili altre no. I sacerdoti devono limitarsi a scoprire, in base a criteri tradizionali accuratamente catalogati, quali malattie della pelle sono veramente lebbra, e quindi portatrici di impurità, e quali no.

Colui al quale è stata riscontrata la lebbra «porterà vesti strappate e il capo scoperto, si coprirà la barba e andrà gridando: Immondo! Immondo!» (v. 45). Questo comportamento è richiesto non per la paura del contagio, un concetto che nell’antichità non era ancora noto, ma a motivo dell’impurità collegata con questa malattia. Il concetto di impurità ha origini sconosciute, collegate per lo più ai fenomeni della nascita e della morte. Chi ne era portatore non era abilitato al culto e per di più poteva trasmettere la sua impurità ad altre persone con il semplice tatto del suo corpo o delle sue vesti. Ciò esigeva che egli avvertisse della sua situazione i passanti che incontrava e di conseguenza era condannato a starsene solo, senza contatti con gli altri e ad abitare fuori dell’accampamento (v. 46).

Linee interpretative

L’impurità di cui si parla in questo testo non ha nulla a che vedere con la sporcizia fisica o con il peccato: si tratta semplicemente di un modo di essere che non si addice al rapporto con la divinità e neppure con gli altri membri del popolo santo. Nelle varie forme di impurità e nei riti di purificazione la religione israelitica ha conservato costumi arcaici, i quali sconfinano a volte nella superstizione. Essi non sono stati rifiutati neppure negli strati più recenti dell’AT, anzi è stata proprio la legislazione sacerdotale che li ha conservati, dando a loro un senso nuovo e integrandoli così nel contesto dell’alleanza. Essi sono serviti ad inculcare a Israele l’idea della santità trascendente di Dio e a separarlo dall’ambiente religioso che lo circondava, prima nella terra dell’esilio e poi, dopo il ritorno, in quella dei padri. Ma si è trattato il più delle volte di una separazione forzata, che ha spinto gli israeliti a ripiegarsi su se stessi, nella convinzione di una propria superiorità, e a considerare tutti gli altri come impuri e quindi separati da Dio.

L’accento posto sulla distinzione tra puro e impuro ha avuto anche l’effetto di far dimenticare, almeno nella vita pratica della gente, la priorità dell’amore, che è la massima espressione della legge conferita da Dio al suo popolo. La necessità di stabilire confini netti tra puro e impuro ha portato a emarginare dalla vita religiosa intere categorie di persone, creando diffidenza e disprezzo nei loro riguardi. Di riflesso le leggi di purità hanno dato origine a gruppi di persone che facevano della loro osservanza lo scopo principale della loro vita, presentandosi come i veri e unici rappresentanti del popolo di Dio. Le norme di purità erano difficilmente comprensibili nel mondo greco-romano. Ciò ha fatto sì che i giudei della diaspora le interpretassero in modo allegorico, mentre Gesù le ha dichiarate decadute (cfr. Mc 7,14-23), anzi ha fatto gesti che, come quello di toccare un lebbroso, rappresentavano delle vere e proprie provocazioni. Ma sarà solo nella predicazione ai gentili che i primi cristiani si renderanno conto della loro inaccettabilità in ordine alla salvezza.

 

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